martedì 20 gennaio 2026
GT Italiano: Jody Lambrughi è il primo pilota confermato da Audi Sport Italia per la stagione 2026
giovedì 15 gennaio 2026
CIREAS / La «Coppa Città della Pace» si sposta a Trento
Arrivo e partenza saranno infatti posizionati presso la nuova sede dell’Automobile Club, in via Lunelli, al cui interno verrà ospitata anche la cerimonia di premiazione. Il percorso deve ancora essere definito nel dettaglio, ma si può già anticipare che la cavalcata comincerà con una power stage classic in Piazza Fiera e proseguirà salendo sul Monte Bondone per poi discendere in Valle dei Laghi, a Dro, Mori e Rovereto, dove la carovana si fermerà per la pausa pranzo, tornando poi sui propri passi nel pomeriggio, evitando però una nuova ascesa sull’Alpe di Trento. Atto conclusivo il Trofeo Aci Trento di nuovo in piazza Fiera. Un programma del tutto nuovo, che offrirà agli appassionati del capoluogo la possibilità di osservare da vicino in azione le vetture d’epoca e l'abilità dei loro driver.
Nel calendario del Cireas questa volta la Coppa Città della Pace sarà la terza prova e non più la seconda come era accaduto in passato, dopo la Coppa Giulietta e Romeo del 7 febbraio e il Trofeo Lago di Como del 21 febbraio, e sarà seguita da altri nove appuntamenti. Ad iniziarlo con la corona di campioni uscenti saranno Angelo Accardo e Caterina Vagliani di Franciacorta Motori, che hanno vinto il Cireas 2025 conquistando 414,5 punti con la Fiat 508 C, 50 in più rispetto a Maurizio Indelicato e Diego Verza di Rovigo Corse su Autobianchi A112 Elegant e 100 in più rispetto a Salvatore Cusumano e Alberto Carotta della Scuderia Classic Team. La coppia regina si era classificata terza sui percorsi trentini.
venerdì 9 gennaio 2026
Bmw Art Cars a Milano
(Luciano Passoni - foto di Rosanna Galli)
BMW ART CARS è una mostra che si svolta all’ADI MUSEUM di Milano per celebrare i 50 anni dalla prima “opera” che si schierò nella leggendaria 24 Ore di Le Mans nel 1975. Da allora molte “sculture” su quattro ruote, elaborate da artisti quali Calder, Stella, Lichtenstein, Fuchs, Warhol, Jagamara Nelson, Done, Kayama, Manrique, Penck, Chia, Holzer, Hockney, Koons, Rauschenberg, Mahlangu, Eliasson, Baldessari, Cao Fei, Mehretu, hanno avuto libertà artistica di sfogo e progettazione visionaria, attraverso arte e design, tecnologia e innovazione, automobilismo e ingegneria.
La collezione conta 20 BMW Art Cars che forniscono uno spaccato della storia dell'arte dell'ultimo mezzo secolo: minimalismo, pop-art, realismo magico, astrattismo, arte concettuale e arte digitale. Un anniversario che verrà celebrato in tutti e cinque i continenti con il programma espositivo BMW Art Car World Tour che ha visto la tappa milanese con 8 vetture esposte.
- Alexander Calder / BMW 3.0 CSL / 1975
- Frank Stella / BMW 3.0 CSL / 1976
- Roy Lichtenstein / BMW 320i Turbo / 1977
- Esther Mahlangu / BMW 525i / 1991
- Sandro Chia / BMW M3 GTR / 1992
- Jenny Holzer / BMW V12 LMR / 1999
- Jeff Koons / BMW M3 GT2 / 2010
- Julie Mehretu / BMW M Hybrid V8 / 2024
giovedì 8 gennaio 2026
Dakar Classic: Il Ladies Dakar Team supera la Marathon Stage
Ha’il, 8 gennaio 2026 – Prosegue con determinazione e solidità la Dakar Classic 2026 del Ladies Dakar Team, reduce dalla temuta Marathon Stage, disputata tra il 7 e l’8 gennaio, uno dei passaggi più impegnativi e simbolici dell’intera competizione. Due giorni senza assistenza esterna, con pernottamento in tenda nel deserto, “come una volta”, che hanno riportato la gara alle sue radici più autentiche, mettendo alla prova equipaggi e mezzi sotto ogni aspetto.
Dopo cinque tappe più il prologo già disputati, l’equipaggio composto da Rachele Somaschini, Serena Rodella e Monica Buonamano, al volante del Mercedes-Benz Unimog preparato da Tecnosport, ha confermato la solidità del progetto ideato da drivEvent Adventure e Carrozzeria Bonino nella maratona saudita riservata ai veicoli storici, dimostrando grande capacità di adattamento e gestione nelle condizioni più difficili.
La Marathon Stage ha rappresentato un vero banco di prova tecnico e umano. Le ragazze hanno affrontato complessivamente 923 chilometri in due giorni (444 il primo, 479 il secondo), su piste sabbiose, tratti duri e sconnessi, con una navigazione complessa tra waypoint e controlli di regolarità, oltre a continui cambi di fondo che hanno richiesto massima attenzione alla guida, al cronometro e alla meccanica. L’assenza di assistenza ha imposto una gestione autonoma del mezzo e delle energie, con interventi diretti sul camion al termine della prima giornata prima di trascorrere la notte in tenda nel bivacco marathon, immerso nel deserto.
Una prova affrontata con lucidità e spirito di squadra, interpretando pienamente il regolamento della Dakar Classic, che premia precisione, costanza e capacità di lettura della gara più che la velocità pura. Al termine della tappa 5, il Ladies Dakar Team si colloca stabilmente tra i primi 50 equipaggi assoluti, con un risultato di grande rilievo soprattutto nella categoria H1T (camion), dove il team è nella top ten di classe e secondo del Periodo B, alla prima partecipazione in assoluto.
Un dato che assume un valore ancora maggiore considerando che il Ladies Dakar Team è il primo equipaggio italiano interamente femminile a prendere parte alla Dakar, confermando non solo il valore sportivo del progetto, ma anche la sua portata storica e simbolica all’interno della competizione.
La Dakar Classic entra ora in una fase ancora più selettiva. Domani, 9 gennaio, è infatti in programma la tappa più lunga dell’intera competizione, da Ha'il a Riyadh: 915 chilometri totali, di cui 547 di settore competitivo, articolati su tre prove cronometrate. Una giornata chiave che segnerà anche l’ingresso nella prima vera prova sulle dune, aggiungendo un ulteriore livello di difficoltà tecnica e strategica in una gara che richiede continuità, visione e grande gestione delle risorse.
mercoledì 7 gennaio 2026
Alberto Colombo, campione con poca fortuna
di Luciano Passoni
Il mondo dell’automobilismo sportivo piange la figura di Alberto Colombo. Gli appassionati, i tifosi e gli addetti ai lavori ricordano ancora la sua inconfondibile figura che appartiene a quella generazione di “ragazzi”, nata nell’immediato dopoguerra, che inseguiva il sogno della partecipazione al mondo delle grandi corse, stimolati dal mito di Monza e del suo autodromo, a due passi da Varedo, dove era nato, dei grandi piloti quali Ascari, Villoresi, Castellotti, se non Bandini e Baghetti, e dei costruttori, su tutti Ferrari e Alfa Romeo. L’occasione è data, nella seconda metà degli anni ’60, dalla nascita della Formula 875 Monza, la categoria che contribuì al lancio dei piloti che poi si sono fatti onore, proprio in quei Gran Premi tanto ambiti, tra la metà degli anni ’70 e gli anni ’90. Alberto comincia con una CRM sponsorizzato dai Cerchi SanRemo, l’azienda di famiglia, che darà il nome anche ai Team che formerà in anni successivi. Passa poi alla LAB, acquistata da tale Pizzetti di Rivolta D’Adda. Costui non l’ha mai usata in gara per la forte contrarietà del padre che era gestore del Samoa, ristorante e night club della cittadina cremasca, e non voleva sentir parlare di corse al punto da desiderare, per il figlio, passatempi e “paradisi” diversi. “Preferirei vederlo fuggire con una delle ballerine del mio locale” affermava.
Da subito, Alberto si dimostra forte vincendo, nel 1968, quattro gare; un anno combattuto e travagliato, molte squalifiche tra i tanti piloti e classifiche sempre sub-judice per le tante irregolarità riscontrate. Farà sua la Coppa C.S.A.I e il secondo posto nel Trofeo Cadetti. Passa alle categorie maggiori, Formula 850 e Ford, sino ad arrivare nel 1974 al titolo italiano della Formula 3. Partecipa al campionato europeo di Formula 2, settimo assoluto nel 1977 con una March-BMW. Nell’italiano della stessa categoria è secondo dietro Riccardo Patrese. Nel 1978 ha l’opportunità della Formula 1, prima con l’ATS e poi con la Merzario. Con scarsa fortuna non riuscirà a qualificarsi nei GP dove è impegnato e tornerà alla Formula 2; diventerà istruttore per la C.S.A.I. e apprezzato manager in Formula 3000. Tenterà di diventare costruttore in F1, ma la Riviera, questo il nome scelto per la vettura, non riuscirà mai a scendere in pista per le difficoltà finanziarie legate al progetto.
martedì 6 gennaio 2026
A Motor Bike Expo il 1° Memorial Luca Salvadori
sabato 3 gennaio 2026
Rachele Somaschini alla partenza della DAKAR CLASSIC 2026 festeggia il rally #100 in carriera
giovedì 1 gennaio 2026
THE I.C.E. ST. MORITZ 2026
martedì 23 dicembre 2025
ICE Challenge si ferma nella stagione 2025/2026 e prepara il ritorno nel 2026/2027
Michele Alboreto, dalla F. Monza alla F. 1
di MASSIMO CAMPI
Foto di RAUL ZACCHE' - ACTUALFOTO
Non ha vinto il mondiale, ma il ricordo di Michele è ancora forte tra gli appassionati, chi lo ha conosciuto lo ricorda ancora per le sue doti, come pilota, ma soprattutto come uomo. Per iniziare a correre, a dare sfogo alla sua passione, aveva dovuto fare molti sacrifici, poi ripagati da una straordinaria carriera, ma come persona era sempre disponibile, facendo della gentilezza una delle sue migliori doti anche fuori dall’abitacolo.
Michele Alboreto è nato il 23 dicembre 1956, a Rozzano alle porte di Milano, ed ha rappresentato un grande esempio di determinazione, passione e tanta voglia di fare e di dimostrare. Alboreto, pur non essendo mai diventato campione del mondo, ed in quel lontano e sfortunato 1985 con la Ferrari lo avrebbe sicuramente meritato, ha rappresentato una figura emblematica per tanti giovani, e per tanti tifosi. La grande forza di Alboreto è stata quella di essere un uomo, ancor prima che essere un pilota. Era considerato un pilota dal piede pesante, ma soprattutto con una testa pensante, che sapeva sempre fare funzionare cercando di cogliere il migliore risultato possibile in ogni occasione. La sua è stata una carriera molto importante, ed è stato l’ultimo che è riuscito a realizzare il sogno del pilota italiano al volante di una rossa.

Enzo Ferrari non voleva italiani, non voleva ulteriori polemiche in caso di incidenti o di lutti, ma dopo tanti anni aveva voluto Alboreto, ed il milanese è stato un pilota importante nella storia della rossa. E’ arrivato nel 1984 e ci è restato fino al 1988, quando è morto il Drake. Se ne è andato da Maranello in silenzio, senza fare polemiche, anche se avrebbe avuto molto da recriminare, soprattutto dal punto vista tecnico e sportivo. Ma Michele Alboreto non è stato solo un campione con le vetture di Maranello, ha corso e vinto anche con le Porsche.
Sentir parlare Alboreto, durante una intervista o una conferenza stampa, aveva un significato particolare: mai banale, sempre cercando il perché delle cose e delle situazioni, a volte sarcastico nei suoi giudizi, a volte con una vena polemica, ma sempre garbata. Prima di essere un pilota era un uomo, sempre disposto a mettersi in discussione, ed a costruire un futuro.
La vittoria più grande di Alboreto è stata alla 24 Ore di Le Mans, nel 1997, con la TWR Joest, un risultato che lo lancerà nella grande squadra Audi di Wolfgang Ullrich quando parte l’avventura del team tedesco.
La determinazione e la passione sono sempre state due costanti nella sua carriera: aveva ancora tanta voglia di correre, di ottenere ancora dei risultati come la vittoria a Le Mans e quella di Sebring del 2001, la sua ultima. Voleva conquistare ancora un’altra vittoria sulla Sarthe, proprio con quell’Audi che lo ha tradito.
Il suo casco era facilmente riconoscibile: blu intenso con la striscia gialla, gli stessi colori di Ronnie Peterson, l’idolo della sua gioventù, un pilota che come Michele non è riuscito a conquistare l’alloro mondiale, ma il cuore di molti tifosi, per come guidava in pista, per come sapeva essere un signore delle piste, proprio come Alboreto.
Michele Alboreto era questo, e tanto altro. Con lui è anche finita un’epoca, nella quale i piloti iniziano a correre per merito e arrivano in alto, non per la valigia, ma per le proprie qualità, velocistiche e professionali. Riescono a fare sognare le folle al volante di una rossa e continuano a fare i professionisti ad alto livello per molte stagioni ancora, senza mai arrendersi. Ma soprattutto finisce anche un’epoca dove i piloti sanno essere anche uomini, non solo delle star o dei semplici robot al servizio degli sponsor, e vengono apprezzati anche e soprattutto per questo.
Oggi avrebbe compiuto 69 anni se la sua vita non fosse stata prematuramente spezzata il 25 aprile 2001, quando la sua Audi, durante un test al Lausitzring ha preso il volo mettendo fine ad una storia difficilmente ripetibile.

sabato 20 dicembre 2025
Romolo Tavoni, ragioniere delle corse
Riproponiamo un articolo di Luciano Passoni per AutoMotocorse.it redatto in occasione di un incontro con Romolo Tavoni (Formigine, 30 gennaio 1926 - Casinalbo, 20 dicembre 2020)
> di Luciano Passoni
La figura è elegante, a dispetto dell’età e di qualche acciacco, riceve gli amici o quanti vogliono incontrarlo molto volentieri. Apre la porta della sua casa e ci accoglie con una voce ancora austera e ferma. Il taccuino, le foto, il registratore o lo smartphone, c’è l’imbarazzo per il cronista su che cosa fissare quel fiume in piena di ricordi, aneddoti e episodi che racconta con passione, quasi fossero successi ieri, ed invece abbracciano più di mezzo secolo di storia dello sport auto, vissuta dalle stanze dei bottoni all’asfalto delle piste. Sempre in prima linea, meglio in pole position visto l’argomento, per lui arrivato quasi per caso in un mondo che non conosceva. Fresco di diploma comincia alle Officine Alfieri Maserati, poi prevale il desiderio del posto fisso e sicuro, e si ritrova giovane ragioniere di una banca. E’ l’Istituto Bancario che lo manda in missione alla Ferrari, Il compito è di tenere sotto controllo i conti dell’azienda del cavallino che passavano attraverso un prestito dell’Istituto stesso. Lavora, letteralmente parlando, al fianco del signor Enzo, nella stessa stanza con un tavolo, due sedie ed un armadio. Il caratterino del commendatore non tardò a manifestarsi, ma niente di preoccupante quando urlava, il problema vero era quando stava in silenzio. Finito il suo compito ed in procinto di tornare alla sede Enzo Ferrari, che evidentemente lo ritiene prezioso, lo assume direttamente, così comincia la sua “carriera”. Non esiste un ruolo ed una mansione, si lavora e basta, in azienda o sui circuiti, in Italia e nel resto del mondo. Sono gli anni in cui il cavallino rampante diventa leggenda, con le vittorie a grappoli nelle corse più importanti, dalla formula uno agli sport prototipi. Trionfi che servono ad incentivare le vendite. Ricorda ancora bene come nel mese successivo ad una vittoria di Le Mans gli ordini raddoppiavano, osservazione che ci riporta il pragmatico ragioniere sempre attento ai conti. Ma ovviamente è la parte sportiva che prende il sopravvento negli episodi, nelle storie e nelle vicende umane che hanno arricchito e riempito la sua esistenza di sensazioni e di emozioni irripetibili. Conoscendo la nostra provenienza inevitabile parlare di Eugenio Castellotti, la distanza del tempo attenua il dolore ma non la memoria, per lui e per il gruppo di piloti definiti “gli indisciplinati” (cit. da Luca Delli Carri), storie di vite vissute nel mito della velocità, consapevoli che ad ogni curva un rischio, con il traguardo che troppo spesso non era rappresentato dalla bandiera a scacchi. Con loro un elenco infinito di nomi, di uomini e di donne, vicende intrecciate, nel bene e nel male, nelle gioie e nelle tragedie. Tanti episodi finiti in dramma e qualche curiosità degna di telefilm d’azione, come si diceva una volta. Così è il racconto del G.P. del Venezuela che sanciva la vittoria nel Mondiale Marche del 1957, a scapito di Maserati, l’avversario scomodo posto all’altro lato della via Emilia. La missione di vincere gara e mondiale è portata felicemente a termine. Il problema è portar fuori da quel paese il trofeo destinato al vincitore, qualche chilo d’oro che suscita l’interesse di molti e mette nel dubbio l’onestà di tanti. Viene studiato un percorso alternativo dal circuito all’aeroporto, con l’aiuto di un residente italiano che lavora per una compagnia petrolifera e tra autocisterne, bagagliai, doppifondi e finte valigie il trofeo arriva nella bacheca di Maranello. E’ l’ATS con il gruppo di tecnici e dirigenti fuoriusciti da Ferrari che lo allontana dall’azienda. L’ avventura finisce molto presto, errori madornali nella conduzione finanziaria e mondo delle corse sembra destinato per lui a restare un ricordo del passato. Un uomo con la sua esperienza e capacità non può non destare interesse e arriva la chiamata dell’ACI Milano, che significa in sostanza Monza. Romolo Tavoni diventa così il braccio esecutivo di Luigi Bertett, presidente del sodalizio milanese, sarà lui a tradurre in pratica un’idea del dirigente milanese che si rivelerà geniale: la creazione di una formula addestrativa per giovani piloti. Nasce così la Formula 875 Monza e anche il mito di Tavoni, associato per sempre a quel straordinario periodo sportivo. Un progetto che non avrà più eguali, fatto non solo da un’idea di vettura, ma legato alla logistica del circuito, alla giornata di gare e all’economia dei partecipanti, vedi prove gratuite e semplicità regolamentari. Con il tempo e successivi passaggi la categoria ha poi perso il suo valore formativo e, ad oggi, possiamo considerarla come una eredità che è andata purtroppo dispersa. Non è certo qualche campionato monomarca, più o meno sostenuto da federazioni od enti sportivi generalisti, con costi comunque insostenibili, che possa paragonarsi al glorioso passato. Da qui forse anche la mancanza di piloti italiani agli alti livelli internazionali nel settore monoposto. Tutto questo lo vede naturalmente sempre attento e curioso, ma il tempo trascorso è veramente tanto e il rammarico non può tradursi, per la sua generazione, in azione, mentre per quelle nuove sembra contare di più l’apparire che l’essere, con le scuole piloti sostituite dagli addetti stampa e dai manager, attenti al colore della vettura o del casco, alla location, alle ospitality e con la pratica in pista comprata su Google Play. Per rifarci da questo velo di amarezza, torniamo con lui al mito del passato e ripassiamo, sfogliando il libro Melegnano Motori, le tante storie che riguardano proprio l’epopea delle “pettarelle”. Poi la nostra cronaca della tappa di Lodi della Mille Miglia gli ricorda un suo ultimo passaggio da Guidizzolo (MN), cittadina che vide l’incidente di De Portago con la Ferrari, episodio che mise fine, oltre alle vite delle vittime, alle corse su strada in Italia. Un ricordo struggente, il riconoscimento del corpo che dovette fare nella sua qualità di rappresentante della Ferrari, del pilota spagnolo, uno degli “indisciplinati”, che al pari di Eugenio Castellotti diede molto lavoro alla stampa “rosa” dell’epoca. Nell’occasione lo lasciò di stucco la visione del monumento, posto in quel luogo; non si capacitava dell’aspetto poco curato, irrispettoso per i caduti di quella tragedia, tanto da recarsi in Comune, non solo per protestare, ma offrendosi per le spese occorrenti a ridare dignità a quella gente e a quell’episodio. Finisce così, tra dediche ed autografi; vuole anche il nostro sul libro che gli abbiamo donato e che oggi è là, su quella mensola prestigiosa, insieme a chissà quali storie e quali scrittori. Lo abbracciamo, non solo idealmente, e ci invita a ritornare, quando in realtà noi non vorremmo proprio andarcene, per sentire e gustare chissà quante altre storie. Lui prende la bandiera a scacchi e sale sul podio di Monza, la sventola con autorità scrivendoci un’ultima dedica: “Questa è la parte che mi ha dato più soddisfazione, Romolo Tavoni”.
(P.S. Ringraziamo l’amico Lello Soncini che ci ha “raccomandato”, aiutato e accompagnato in questo incontro. La dedica di Romolo Tavoni (foto in alto) è sulla fotografia posta sul libro “TROFEO CADETTI: una storia che continua”, di Massimo Campi e Roberto Chinchero – Promit Edizioni – 1996)
Romolo Tavoni, a sinistra, con Luciano Passoni
e Lello Soncini, storico ufficiale di gara a Monza
venerdì 19 dicembre 2025
La Coppa d'Oro delle Dolomiti 2026 apre le iscrizioni





