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sabato 6 marzo 2021

1771-2021: il Cantiere Ernesto Riva compie 250 anni


Il Cantiere Ernesto Riva di Laglio, sul Lago di Como, compie 250 anni. Un quarto di millennio. Sono poche le attività imprenditoriali al mondo, ancor più nel settore nautico, che possano vantarsi di avere accumulato una storia così lunga, iniziata addirittura nel 1771. Nell’anno in cui il “sepultun” Ernesto Riva (termine lacustre che identificava il costruttore di imbarcazioni), varava battelli e lance presso la ‘sciostra’ (la bottega artigiana) di Laglio, il cartografo britannico James Cook si apprestava ad esplorare le coste del continente australiano e la dichiarazione di indipendenza americana non era stata ancora firmata. Guerre e conflitti non hanno mai fermato l’attività di famiglia, documentata attraverso preziosi registri storici che testimoniano le commesse di costruzione delle barche. Dopo gli avvicendamenti avvenuti nel corso dei secoli oggi il cantiere è diretto da Daniele Riva.

DAL DINGHY 12’ 
ALLA VAPORINA RIVISITATA

Gli scafi realizzati nel corso dei decenni dal Cantiere Ernesto Riva sono stati impiegati per le più svariate attività, dal commercio lacustre alla pesca, dal tempo libero alle gare motonautiche, come testimoniato da alcuni ‘tre punti’, veloci racer in legno tuttora esistenti, che poggiando su tre diversi punti dello scafo riuscivano a volare letteralmente sull’acqua. È stato Ernesto Riva, classe 1930, a fare entrare l’attività di famiglia nel nascente mondo della nautica popolare, grazie soprattutto alla costruzione in serie del Dinghy 12’, storica deriva di progettazione inglese realizzata in legno di mogano a clinker. Oltre alle barche “di tradizione” il cantiere ha realizzato anche motoscafi con motorizzazione entro e fuoribordo, impiegati come tender a servizio delle ville del territorio. Tra i modelli più recenti la Vaporina, rivisitazione in chiave moderna delle barche della Belle Epoque impiegate per il trasporto passeggeri.

CON IL LAGHÉE DANIELE RIVA 
LE BARCHE DIVENTANO ECOCOMPATIBILI

Sono trascorsi 250 anni e oggi il laghée Daniele Riva, nato a Como nel 1967, figlio di Ernesto scomparso nel 2007, mantiene saldamente le redini dell’azienda. A lui il merito di avere dato nuovo impulso al mestiere dei propri avi, acquisendo nel 2008 i capannoni produttivi in località Maslianico e introducendo la costruzione di rinnovati modelli, tra i quali le veloci barche in legno motorizzate elettriche. La colonnina di ricarica installata sul pontile della storica sede di Laglio, a poca distanza da Villa Oleandra, la residenza sul lago del divo americano George Clooney, è come avesse contribuito a inaugurare una nuova era all’insegna dell’ecocompatibilità sul Lago di Como.

E-NEXT, LE VELOCI BARCHE ELETTRICHE IN LEGNO

Tra gli scafi attualmente in costruzione al Cantiere Ernesto Riva c’è E-next, la nuova lancia elettrica lunga 6,82 metri e larga 2,36 metri. La barca è costruita in 3 strati di legno di cui 2 incrociati a 45° e uno esterno longitudinale in mogano per uno spessore totale di 13 millimetri. Il cantiere ne sta producendo contemporaneamente due esemplari, di cui il primo con gli strati incrociati in cedro dell’Oregon e il secondo con incroci in mogano Khaya. In legno di mogano anche le ordinate, i correnti longitudinali e gli spigoli. Il layout, la zona prodiera e le sedute della coperta possono essere personalizzate. Il propulsore elettrico, prodotto dalla Mitek di Ravenna, ha un diametro pari a 260 millimetri, un peso di 72 chilogrammi, eroga 121 Kw (pari a 165 cavalli) a 380 V, è raffreddato ad acqua e trasmette il moto all’elica tramite una linea d’asse in grado di spingere E-next a velocità superiori a 20 nodi. Nel progetto di costruzione sono coinvolti anche il velista e manager nautico Enzo Marolli e il designer nautico Giovanni Barbetta. Ad oggi, in totale, sono già 4 le tipologie di barche elettriche costruite dal Cantiere Ernesto Riva, compresa l’ormai nota Ernesto, alle quali se ne aggiungeranno presto altrettante.

JETTO, SALGONO A 7 GLI ESEMPLARI COSTRUITI

Con quello attualmente in costruzione salgono a 7 gli esemplari di motoscafo modello Jetto varati dal Cantiere Ernesto Riva. La barca, realizzata interamente in massello di mogano e compensato marino, ha una lunghezza di 5,30 metri, una larghezza di 1,65 metri, un peso di 150 chilogrammi ed è in grado di trasportare fino a 6 persone. Motorizzata con un fuoribordo a benzina, di potenza compresa tra 25 e 60 cavalli, può raggiungere una velocità compresa tra 18 e 30 nodi. La carena è a ‘V’ planante e la sedileria può essere trasformata in un comodo prendisole. L’attuale Jetto, commissionato da un cliente danese, può diventare un tender esclusivo per yacht di grandi dimensioni.

I RICONOSCIMENTI E LE BARCHE 
PER IL CINEMA

“Daniele Riva Maestro d’Arte e Mestiere”. È solo l’ultimo, in ordine di tempo, tra i riconoscimenti conferiti all’attuale titolare del cantiere. Il premio arriva dalla Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte che, in collaborazione con ALMA, La Scuola Internazionale di Cucina Italiana, ha infatti assegnato il premio MAM – Maestro d’Arte e Mestiere 2020, nel settore Meccanica e nautica, a Daniele Riva, selezionato dalla commissione esaminatrice “per la sua opera di maestro d’ascia e restauratore, frutto di una tradizione antica e fortemente radicata sul territorio lariano”. A questo si aggiungono il Premio Rosa Camuna, conferitogli nel 2016 dalla Regione Lombardia per avere contribuito allo sviluppo economico, sociale, culturale e sportivo del territorio, il Premio Impresa Artigiana della Camera di Commercio di Como, lo UIM Special Award for Sustainable Development a Montecarlo e il premio “Barca dell’anno” al Salone di Genova per il runabout elettrico Ernesto. Le barche costruite dal cantiere sono state inoltre impiegate per sceneggiati televisivi e produzioni cinematografiche, film e documentari sulla storia e il turismo del Lago di Como, come accaduto recentemente per la trasmissione Linea Verde della Rai e per ZDF, televisione pubblica tedesca.

> Foto Paolo Maccione


lunedì 25 febbraio 2019

Morano sul Po, l'Autodromo che non c'è...


> di Luciano Passoni


Una giornata che sorride più alla primavera che all’inverno; la strada consiglia prudenza, il tempo piuttosto arido di questo periodo ha lasciato uno strato di polvere, spessa e bianca, che copre la visuale agli occupanti dell’intera colonna di auto. Poi, come per magia, il pesante cancello di ferro, sposato con l’ossido delle ore trascorse, fermo e immobile, in un’attesa spasmodica ed inutile, apre le sue braccia accogliendo nuovi sognati ospiti. Morano Po, autodromo di Casale Monferrato, archeologia sportiva, monumento delle passioni di tanti ragazzi e uomini che oggi ritornano ad animare il luogo dei loro sogni. Agli occhi dei comuni mortali ciò che appare vetusto, grigio, cadente ed inanimato è invece luogo vivo e colorato. Sono tutti ancora lì, noi li vediamo mentre saliamo sulla pericolante scaletta della torre di controllo, entriamo nei box, visitiamo il paddock e percorriamo un lento e silenzioso pellegrinaggio su ciò che resta del glorioso asfalto, ripercorriamo le orme, le scie e le traiettorie dei cavalieri della velocità e la scoperta dei graffi sui cordoli, lasciati dalla ricerca di un limite sempre più vicino. Le auto, colorate dagli adesivi degli sponsor, la pila di gomme, usate e stanche, che hanno lasciato il meglio di sè sulla pista, affiancate alle nuove, lucide e pronte, piene di desiderio di fare molto meglio. Sono presenti tutti, con le loro tute blu, ad affannarsi attorno alla ruota da sostituire o al motore che non vuole saperne di partire. Sentiamo qualche imprecazione attenuata dalla voce armoniosa dei cilindri che lavorano all’unisono accompagnati, a volte dalla dolcezza a volte dalla rabbia, dall’uomo alla guida. Una compagna, una fidanzata, una moglie o l’amico delle tante avventure è alle prese con il cronometro che corre più veloce del desiderio di ogni pilota. Il tricolore, sventolato con autorevolezza e vigore, segna l’inizio di una danza dove fuoco e terra amalgamano la loro materia, mentre occhi appassionati e curiosi seguono dal bordo, con sgabelli e impalcature improvvisate sbucate dai pioppeti che circondano questa icona disegnata sulle rive del Po. Gli scacchi della bandiera segnano la vittoria, il trionfo, il premio, gli applausi, gli abbracci e i saluti di un giorno che non sapevamo fosse l’ultimo. 
Oggi è una giornata vissuta così, il racconto di una storia italiana di imprenditori ed amministratori, farcita da illuminate e laboriose intuizioni, seguite da ottuse burocrazie, gelosie, ripicche, invidie ed incomprensioni che però oggi non ci riguardano. Siamo stati qui ieri, lo siamo stati oggi e lo saremo anche domani. Portando sempre con noi i ricordi, la nostalgia e la fantasia, per rendere aperto ciò che, per noi, non ha mai chiuso. 

Ps. Ringraziamo Mario Martinotti ed Enzo Gibbin per avere organizzato, non solo la giornata, ma il gruppo che attraverso i vari social mantiene viva la memoria di questo luogo. Un particolare ringraziamento a Luca Ferrari, sindaco di Morano sul Po, e alla proprietà del terreno per le concessioni di accesso all’impianto. Il classico pranzo, con l’aiuto dei brindisi che accompagnano le varie portate, conclude l’incontro e favorisce lo stimolo della memoria e dei ricordi. 


La pista è stata inaugurata il 19 marzo del 1973, il battesimo venne dato da Arturo Merzario con una Ferrari 312 B2 che segnò il tempo di 1.01.1 alla media di 144,950 km/h. Nello stesso giorno una gara di F.3 italiana, Formula Ford, Italia e Challenge Kleber Ford Escort Mexico; i rispettivi vincitori sono Claudio Francisci (Brabham), Massimo Cicozzi (Dulon), Antonio Allemand e Franco Negro. Presente anche Giacomo Agostini con la MV Agusta. Il circuito è lungo 2460 metri, largo 11 metri con 8 curve, di cui 6 a destra. Diverse competizioni del Campionato Italiano di F.3., tre edizioni del Giro d’Italia Automobilistico fanno tappa, 1973, 1974 e 1975, sono tra le significative attività del circuito che vede nel 1974 ben 17 competizioni, 2151 piloti e circa 100mila spettatori. Tra le tante citiamo la Coppa Autodromo di Casale il 22 settembre del 1974, una gara internazionale valida per l’Interserie Super Sport, vinta dallo svizzero Herbert Muller con una Porsche 917-TC che sfiorava i 1000 CV di potenza. 
Tra i tanti piloti che gareggiarono nelle varie categorie: Lella Lombardi, Nelson Piquet, Vittorio Brambilla, Riccardo Patrese, Jan-Claude Andruet, Carlo Facetti, Giorgio Pianta, Sandro Munari, Alberto Colombo, Piercarlo Ghinzani, Gianpiero Moretti ecc. ecc. Il circuito veniva apprezzato dai piloti, numerose le competizioni dei campionati svizzeri che, in deroga all’omologazione, portarono anche le F1. 
Tra le moto, alcuni appassionati ricordano una gara Junior italiano con Felice Agostini e la presenza di Marco Lucchinelli come passeggero in una gara sidecar. I problemi derivati dalle proteste, in particolare per il rumore, sfociarono in una battaglia legale/burocratica tra il Comune di Morano sul Po e Pontestura che ridusse al minimo l’attività dell’impianto. Il 18 agosto del 1977 una ruspa sfondò i cancelli e arò 500 metri di pista rendendola inagibile. Tentativi successivi di riapertura non ebbero successo e l’impianto venne abbandonato.

> Foto di Luciano Passoni. Riproduzione riservata





















 






 









lunedì 8 ottobre 2018

Modellata dal Vento - Cronaca di una giornata


> di Luciano Passoni

La giornata era limpida, una leggera brezza rendeva gradevole il clima sospeso tra l’ultimo colpo di coda del caldo estivo e l’approssimarsi di un autunno, più volte annunciato ma non ancora avvistato. Eppure, nel pieno della luce ancora intensa del primo pomeriggio, era un arcobaleno quello che circondava le strade e le rampe circostanti la piccola altura che si ergeva dai viali sottostanti. La curiosità non distraeva la città dal suo quotidiano e quella rassegna di colori, che spuntavano qua e là, si dirigevano a circondare l’autorevole imponenza della costruzione che dominava il paesaggio. L’abbraccio di quel congresso di colori, sapientemente diretto dalla volonterosa opera degli organizzatori, mentre andava via via completandosi, disegnava all’occhio dei presenti un emozionante affresco. 


“Modellata da vento”, l’orgogliosa rivendicazione degli uomini che l’avevano creata, miscelata all’orgogliosa esposizione di quanti l’hanno fatta propria. Così la Fiat “barchetta” oggi ritorna all’origine della sua genesi. E arriva il momento dei sorrisi, dei confronti e dei consigli sulla soluzione di piccoli o grandi problemi, seguono i commenti sull’ultimo o sul prossimo dei raduni, sui ricambi, mentre altri si affannano a rendere l’amata più bella e desiderabile. 


L’inganno dell’attesa viene superato da una visita al MAUTO; l’occasione è ghiotta e la storia importante, il percorso sapientemente commentato è assorbito con rispettosa devozione. Mi distraggo un attimo, sento la voce della guida che si allontana insieme agli altri visitatori e, nella luce soffusa del padiglione, una voce attrae la mia attenzione. Sono ordini secchi e precisi, dati con autorevole fermezza, due persone si affannano intorno ad un’auto ed una terza osserva prendendo appunti. Mi guardo intorno e sono rimasto praticamente da solo, mi stropiccio gli occhi e riposiziono gli occhiali, l’incredulità lascia il posto al desiderio di capire ciò che sta succedendo. L’Itala è avvolta nella nuvola del tempo, appare sospesa, intoccabile ed impalpabile. E’ attorno ad essa che lavorano i tre personaggi, riconosco Luigi Barzini, in attenta osservazione, Ettore Guizzardi, impegnato con degli attrezzi, e poi lui: Luigi Marcantonio Francesco Rodolfo Scipione Borghese, X principe di Sulmona, politico, esploratore, viaggiatore e pilota automobilistico. Mi appare di spalle, vedo solo una sorta di pastrano impermeabile che copre l’intera figura, il largo cappello alloggia anche dei grossi occhiali, il suo parlare è deciso ma cortese; dalla frenesia con il quale impegnano la loro opera intuisco che siano agli ultimi particolari di una accurata preparazione. Scipione si gira e per un attimo incrociamo lo sguardo, faccio un cenno di saluto con il capo al quale risponde con la cortesia di un sorriso, poi si rivolge a Luigi per uno scambio di idee sulla scelta di un percorso che dovranno affrontare. Intanto Ettore ripone gli attrezzi e si appronta ad avviare il motore. Lo sguardo compiaciuto di tutti è il contorno alla voce dei 7.500 cmc e dei 45 CV cavalli dell’auto che rompono il silenzio del posto. Stupidamente perso nella spasmodica attenzione ritorno alla realtà e penso all’esaltante servizio che potrei realizzare, cerco avidamente lo smartphone nelle varie tasche del giubbotto e nella borsa a tracolla; appoggio quest’ultima ad un tavolo appoggiato alla parete, mi giro e un video che presenta la serata mi sottrae a quelle immagini riportandomi al presente dell’iniziativa. 


Mi guardo intorno giusto in tempo per unirmi al convinto applauso che chiude il filmato e che diventa il segnale di partenza per i relatori. Dagli interventi esce quella umanità variegata, temprata dal carattere, dai sogni, dai desideri e dalle varie responsabilità che danno vita ad oggetti che ci si ostina a chiamare auto, quasi a sottolineare la freddezza di un oggetto. E invece sono uomini che si aprono a percorsi dove, oltre alla mente, bisogna mettere cuore, anima, il proprio sapere, la propria cultura e la propria fantasia, perché non sia una storia solo tecnica. Sono Nevio, Sergio, Attilio, Giuseppe, Bruno, Silvia, Andreas e Chris a raccontare il progetto, la storia, la bellezza ed il successo di un simbolo chiamato “barchetta”. Il classico aperitivo, rinforzato da una buona dose di piacevoli prelibatezze, conclude la serata, insieme alle foto, i selfie, i commenti, i ricordi e gli autografi; poi i colori all’esterno diventano scie luminose che allontanandosi chiudono il sipario alla luce del tramonto ormai concluso. Il gracchiare di un vecchio clacson mi fa scattare lo sguardo oltre il vetro impregnato di condensa. La vista ovattata dalle gocce non mi impedisce di vedere la sagoma grigia dell’Itala che ci raggiunge e sorpassa con imperiosa potenza; le tre figure a bordo mi salutano con un cenno della mano, rispondo al saluto mentre penso al lungo e affascinante viaggio che li porterà per sempre nell’immortale leggenda. Domenico, concentrato sulla guida, mi guarda perplesso convinto che qualche bicchiere di troppo ha ingigantito la fantasia di un vecchio sognatore.


martedì 8 agosto 2017

AltreStorie - Ambizioni e speranze di Veronica


> di Luciano Passoni

“Ombrelline”, semplificazione semantica per disegnare un ruolo e un mestiere. “Quote rosa” a farla da padrone, prima in pista a segnalare il nome o la posizione di questo o quel pilota, poi ad impreziosire il podio con l’immancabile bacio che accompagna il premiato. 

Tralasciamo, per una volta, spazio e tempo all’analisi dei risultati, al sommario commento di vincitori e vinti, piloti, costruttori, meccanici e familiari e rendiamo protagonista una delle tante ragazze che troviamo a sfoggiare sorrisi durante le gare motoristiche.

Veronica Sora, presente domenica sul Circuito Tazio Nuvolari, è riuscita ad unire la sua grande passione per i motori, in particolare le moto, a quello che considera, in questo concordiamo con lei, a tutti gli effetti un lavoro. Componente, dal 2015, delle 8Girls, ragazze immagine di Ottobiano Motorsports, ha vissuto, lavorando, molti eventi importanti come alcune tappe dei mondiali, internazionali d’Italia ed Eicma. Esperienza correlata con questo mondo la partecipazione alla campagna di una linea di abbigliamento streetwear: Thisorder.

Le immancabili sfilate dei concorsi non sono di suo gradimento, qualche volta necessarie ma non ama il genere. Ha anche praticato motocross, poi lasciato; l’attività in pista necessitava di preparazione ed allenamenti che non si conciliavano con il resto delle sue ambizioni. Ha cambiato così obbiettivo e, possiamo ben dirlo, mirato ad altro bersaglio, con la sua attuale, vera e grande passione: il tiro a segno. Anche qui non è passata inosservata arrivando, nel 2016, tra i primi dieci, uomini compresi, nel campionato italiano della sua categoria. Per questo vorrebbe fare dello sport l’ambito principale nel quale espandere all’aspetto organizzativo la sua già cospicua esperienza. Ambizione che comincia a portarle qualche risultato, se non proprio in ambito sportivo la collaborazione con una banca di rilievo nazionale per l’organizzazione di eventi traccia il carattere e la determinazione di una ragazza, o meglio una donna, che sarebbe troppo semplice definire “ombrellina”.